quarta-feira, 1 de abril de 2009

Così l'America scopre la Fiat un'antica alleanza per il futuro - la Repubblica, it - link (aqui)

Una pubblicità d'epoca


Un tempo a Torino si sognavano gli Usa, oggi l'accordo diventa condizione per gli aiuti di Obama
La fabbrica delle piccole auto e la tradizione fordista, un rapporto ormai secolare
di PAOLO GRISERI

Ai suoi ingegneri mandati a visitare gli stabilimenti di Henry Ford negli Stati Uniti, il fondatore della Fiat, Giovanni Agnelli, raccomandava di "copiare, copiare, copiare, memorizzate tutto quel che vedete e, mi raccomando, non aggiungete nulla di testa vostra". Per Torino, Detroit è sempre stata Lamerica, quella senza apostrofo degli emigranti di Amelio, un luogo mitico in cui quel che si vorrebbe realizzare è già realtà, perché lì si apprezza il valore dell'industria. Per Detroit Torino è stata a lungo la sorella minore, una città dell'auto a Lilliput, la parente simpatica a cui si dedica volentieri il nome di un modello perché è piccola e non fa paura. Nel 1939, di ritorno dal viaggio premio negli Stati Uniti pagato dal nonno dopo il superamento dell'esame di maturità, Gianni Agnelli sbarcò a Genova e si stupì: "Cinque mesi di viaggio tra i grattacieli e qui tutto sembra piccolo". Eppure, nel mondo rovesciato dalla crisi, può capitare che le sorelle minori servano a salvarsi dalla bufera.

I sottili legami di parentela servono a questo, nel momento del bisogno, quando quel comune lessico familiare diventa un valore. Nel 2002, nel mezzo della crisi più buia dell'azienda di Torino, l'ex numero uno di Chrysler e Ford, Lee Iacocca, dichiarava: "Giovanni Agnelli ed Henry Ford erano grandi amici. In America tutti li conoscevano. Anche per questo tifiamo Fiat".

Oggi è Obama a tifare Fiat. Perché, spiega Luca di Montezemolo, "il Presidente riconosce il valore del lavoro industriale italiano". Uno sdoganamento.
Per i torinesi l'industria è da sempre l'automobile. "In questa parte d'Italia - spiega il sindaco, Sergio Chiamparino - si è sedimentato un know how che non è fatto solo di conoscenze tecniche ma di valori, di un modo di lavorare e di concepire la produzione che ha ormai un secolo di vita". Quel che conta, spiegano gli storici dell'industria, non è tanto il successo più o meno momentaneo di un'azienda, ma la sua capacità di creare una rete di produttori che rimane a lungo su un territorio. Dice Giuseppe Berta, storico dell'industria e docente alla Bocconi: "Resistere per un secolo, pur con alti e bassi, significa accumulare un patrimonio di esperienza che diventa un valore aggiunto. Non si spiega altrimenti perché Torino sia spesso al centro di tentativi di matrimonio da parte delle case straniere".

Forse perché a Torino il fordismo non è stato solo un modo di organizzare la produzione ma un riferimento costante delle classi imprenditoriali. Camillo Olivetti andò in Usa nel 1908, due anni prima che Giovanni Agnelli aprisse la sua filiale Fiat a Pouch Keepsie, nel New Jersey. Ambedue rimasero affascinati dall'idea della produzione di massa. "Qui si realizzano in una fabbrica 750 macchine per scrivere al giorno - scriveva Camillo dagli Stati Uniti - noi ne facciamo 7-8 al massimo".

"È un fatto che nel corso del tempo l'azienda è stata spesso al centro di intrecci e accordi - riconosce Cesare Annibaldi che della Fiat fu a lungo responsabile delle relazioni esterne -Sembrava che per molti avessimo le caratteristiche del partner ideale: non solo per gli americani ma anche per i francesi della Citroen o gli spagnoli della Seat".
Una spiegazione viene da Franco Aloia, per molti anni responsabile dei metalmeccanici della Cisl: "La Fiat era appetibile perché aveva una notevole conoscenza dell'industria dell'auto e non aveva dimensioni tali da incutere timore. Credo che anche oggi sia così. Non riesco a immaginare un accordo con un socio giapponese come quello che si sta realizzando a Detroit".

Il valore aggiunto di Torino è fatto di tanti ingredienti. Dell'understatement che non spaventa ma anche dell'orgoglio per il lavoro industriale, che ha resistito alla moda del piccolo è bello, alla stagione della Milano da bere, all'apoteosi della produzione immateriale. "Per lungo tempo - spiega Luca di Montezemolo - abbiamo discusso in questo paese se l'industria manifatturiera avesse ancora un futuro. Il riconoscimento del presidente Obama è la dimostrazione che quell'industria la sappiamo fare bene. Un riconoscimento non solo alla nostra azienda ma all'intero paese, a quell'Italia che è nel nome stesso della Fiat". Colpisce il fatto che l'Italia "non sia solo sinonimo di moda, cultura, arte ma anche di produzione materiale".
Così l'America scopre la Fiat un'antica alleanza per il futuro

Gianni Agnelli tra McDonald e Ford


Alla Torino che ha "copiato bene", come invitava a fare Giovanni Agnelli, si rivolge oggi Detroit per salvarsi. Un fatto inconcepibile fino a pochi anni fa. Marco Revelli, sociologo e studioso della città più fordista d'Italia, spiega che "questo è il risultato della rivoluzione che si sta verificando negli Stati Uniti. Un paese che in pochi mesi decide di abbandonare un presidente cow-boy per scegliere un nero che dialoga con il resto del mondo è un paese in grado di trasformare in poco tempo la Cenerentola di Torino nella principessa di Detroit". Revelli avverte: "Non illudiamoci: Cenerentola diventa principessa perché Detroit è disperata, il rovesciamento è quasi una scelta obbligata. Se servirà a sostituire nei ranch i suv con le utilitarie, sarà comunque un passo avanti sulla strada della difesa dell'ambiente".

Chiamparino ha vissuto da sindaco gli anni del rovesciamento. "Cinque anni fa - racconta - dovevamo spiegare al mondo che non eravamo solo industria in crisi. I cortei degli operai chiedevano che venisse salvato il futuro di Mirafiori. Ci siamo riusciti tutti insieme perché la città si è stretta a difendere un secolo di esperienza, da quella degli operai di mestiere d'inizio Novecento alle conquiste di esperienza maturate nei decenni non sempre facili del secondo dopoguerra. Oggi che abbiamo salvato quella storia, ecco che diventa un valore aggiunto. Nel frattempo Torino ha lavorato per migliorare la sua immagine e in questo le Olimpiadi ci hanno dato una mano".
Anche Montezemolo ricorda un passato non sempre facile: "È grazie ai sacrifici delle donne e degli uomini che lavorano nella nostra azienda, e in quelle del settore auto italiano, se oggi siamo qui. Grazie al coraggio di chi ha saputo superare gli anni difficili del terrorismo e quelli bui della crisi di cinque anni fa".
Grazie a quella storia oggi può accadere che un presidente americano dica ai manager di un'azienda di Detroit quel che Giovanni Agnelli diceva ai suoi ingegneri: "Copiate e fatevi spiegare dagli italiani come si fa". L'industria delle auto piccole, quella che a Torino sognava Lamerica, è diventata grande e va a vendere oltreoceano le piattaforme della Punto e della 500. Poi, forse, tornerà in Europa più forte per trattare con i francesi e sopravvivere alla crisi mondiale mantenendo in Italia una delle teste pensati dell'industria delle quattro ruote. L'industria per eccellenza.
(1 aprile 2009)

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