
Questo è un coming out: Melania G. Mazzucco è la mia scrittrice italiana preferita. Potete quindi immaginare il piacere che ho provato nell’incontrarla e nell’osservare la sua pronta disponibilità a rispondere alle nostre domande per questo blog. E di questo le siamo molto grate.
Per quelle due-tre persone che non la conoscono dirò che è romana e che ha esordito nel 1996 con Il bacio della Medusa (Baldini & Castoldi). I suoi libri successivi sono stati La camera di Baltus (Baldini & Castoldi) e Lei così amata (Rizzoli). Nel 2003 vince il premio Strega con Vita (Rizzoli), romanzo straordinario sull’emigrazione italiana in America nel primo Novecento. Segue Un giorno perfetto (Rizzoli) da cui è stato tratto un film diretto da Ferzan Ozpetek con Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea e Stefania Sandrelli. È del 2008 La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) e dell’anno scorso Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana (Rizzoli).
Passiamo ora all’intervista: le sue risposte sono ricche e profonde, piene di poesia e di passione. Godiamocele.
Quali emozioni prova quando ha chiaro che il libro che sta scrivendo è terminato?
Tristezza, perché so che non abiterò mai più il mondo nel quale ho vissuto per anni, perché non sarò mai più vicina a quei personaggi, non sentirò più le loro voci, non li conoscerò mai più intimamente di così, non ritroverò mai più l’incanto della comunanza.
Timore, perché li lascio nudi e indifesi agli altri.
E’ come affidare alle correnti dell’oceano un messaggio in bottiglia, senza sapere se le onde la porteranno mai a riva, se il messaggio sarà mai aperto, se quel giorno sarà ancora decifrabile.
Però, quando il libro viene poi pubblicato, e a poco a poco letto, e il messaggio decifrato, non c’è più né tristezza né timore: c’è spesso la gioia di condividere un mondo, un sentimento, una vita.
In Vita lei racconta la storia di suo nonno Diamante e di Vita che arrivano in America nel 1903, rispettivamente a 12 e 9 anni. Quanto c’è di vero e quanto di inventato in questo romanzo?
La storia nasce dai racconti che mio nonno (morto molti anni prima della mia nascita) aveva fatto ai suoi figli, e i suoi figli, in epoche diverse, a me. Vero il viaggio, vera l’esperienza dell’emigrazione in America, vere le disavventure con la Mano Nera, il lavoro alle ferrovie come waterboy, anche il personaggio della ragazza amata, la bomba al ristorante, vera la seconda guerra mondiale di Dy, vero perfino il viaggio di Vita a Roma nel 1950, quando, con l’occasione dell’anno santo, lei, vedova, venne a riprendersi il fidanzato di una vita… Perfino tutti i personaggi secondari sono veri – dallo ‘zio’ arricchito e manesco fino al cugino ‘zio Tom’ che sposa Vita. Vere le ricerche d’archivio, vere le interviste. Eppure, se dico che in Vita c’è molto di inventato, dico ugualmente il vero. Perché passando di bocca in bocca i fatti sono a poco a poco cambiati, e talvolta in modo radicale (per esempio uno stesso episodio mi è stato raccontato due volte, e in una ne era protagonista mio nonno, nell’altro suo cugino). Perché nomi, date e luoghi non sempre coincidono, perché i ricordi svaporano, e la memoria di ciascuno lavora e crea. Perché ciascuno dei protagonisti ha elaborato col tempo una propria versione della storia e una propria verità – che rispecchiava la sua personalità, la sua cultura e la sua visione del mondo, e io, scrivendo, ho dovuto a mia volta scegliere la verità a me più consona. Ed essere a mia volta libera e creativa come la memoria altrui. Insomma, in Vita verità e invenzione non sono due termini antitetici, ma dialettici. La verità genera invenzione, e talvolta il contrario: l’invenzione genera verità (il romanzo legge nelle zone d’ombra dei fatti, legge le intenzioni, i desideri, i sogni, che il materiale d’archivio tace)…
L’epigrafe in Vita è: “L’America non esiste. Io lo so perché ci sono andato” (dal film Mon oncle d’Amerique di Alain Resnais). Che è l’America?
Per me l’America è la valigia piena di parole che Diamante porta via con sé. L’America non è tanto un paese quanto una metafora: il luogo dove mio nonno (e tanti come lui), impara il significato di parole come speranza, dignità, felicità. La consapevolezza, insomma, di non essere condannato dal destino alla miseria e all’ignoranza, ma di avere il diritto di credere a un’altra vita. Di cercarla, e di lottare per meritarla. Dove, non importa: non necessariamente in America, che in fondo è solo un paese come un altro. L’America è ovunque, purché sia dentro di te.
Perché, secondo lei, l’Italia che è stata terra di emigranti si mostra oggi così intollerante nei riguardi di chi arriva da altri paesi in cerca di una vita migliore?
E’ stato il dispiacere più grande degli anni di interviste e ricerche quando preparavo Vita: scoprire che l’emigrante di un tempo non riusciva a riconoscersi e rispecchiarsi negli emigranti di oggi. Che lo sfruttato era diventato sfruttatore, la vittima di razzismo razzista, il lavoratore sottopagato imprenditore sottopagatore e così via.
Penso che il problema sia questo: finché non si accetta l’idea che l’Altro è identico a noi, si rifiuta l’analogia e non scatta né solidarietà né empatia. Penso che sia un problema di ‘immagine’: l’Altro oggi viene presentato sottolineando le diversità, per cancellare le somiglianze. L’Altro è estraneo: criminale, violento, barbuto, fanatico, oppure ignorante, furbo, ladro, sfaticato, oppure ancora primitivo, sporco e così via.
Del resto anche gli italiani sono stati descritti così, quando erano l’Altro – per tenerli a distanza dalla coscienza, e non doversi interessare alla loro sorte. Non si compiange un immigrato nero morto in un aranceto se lo si presenta come un selvaggio che vive nella spazzatura. Si compiange solo colui in cui si riconosce l’immagine di noi stessi.
La protagonista di Un giorno perfetto è una donna molestata e aggredita dal marito che non accetta la fine del suo matrimonio. Perché, secondo lei, storie di questo tipo si verificano con tanta frequenza e arrivano così spesso sulle pagine della cronaca nera?
La violenza sulle donne c’è sempre stata, tant’è che nel libro Jacomo Tintoretto e i suoi figli ho ricostruito la storia di un processo del 1626 in cui una donna chiede alla giustizia di essere difesa dal marito che la picchia e la umilia: e, per quanto possa sembrare sorprendente, la giustizia (ecclesiastica a quel tempo), valutati i fatti le dà ragione, concedendole il divorzio. Gli uomini hanno sempre considerato la moglie come una proprietà da difendere, e hanno reagito spesso con la violenza alla fine dell’amore (o del controllo). Quella che oggi è cambiata è la consapevolezza delle donne e la volontà di veder rispettati i propri diritti. In più, la posizione sociale dell’uomo è diventata più debole, e ciò ha accresciuto il suo smarrimento. Il fenomeno della violenza familiare è aumentato con la crisi della famiglia tradizionale, e si è verificato un fenomeno del tutto nuovo: la violenza sui bambini. Questa mi pare la differenza davvero sostanziale. In quest’ultimo decennio, come la cronaca testimonia, è frequente l’omicidio dei propri figli da parte di padri non rassegnati alla fine del matrimonio (o di madri depresse). Nel 1626 l’idea di uccidere i figli per vendicarsi del divorzio della donna o dell’abbandono del marito sarebbe stato inconcepibile: i figli erano il futuro, e una ricchezza di entrambi, qualunque fosse il destino della famiglia.
Tra i protagonisti di Un giorno perfetto vi è anche Roma, raccontata nella sua quotidianità e descritta fedelmente come in un film. Che rapporto ha con la sua città?
Amore per ogni pietra, scorcio, palazzo, basilica, portone, vicolo. Per la sua storia e per il suo futuro. Amore per l’isola Tiberina e la chiesa di Sant’Agostino, il salone della biblioteca Angelica, le catacombe di Priscilla, perfino per gli stradoni tristi di periferia abitati solo da macchine e lampioni fulminati.
Amore per i musei dimenticati dalle guide, dove capiti solo per caso, le chiese dove c’è Bernini o Caravaggio, e le chiese di borgata, dove ci sono solo i banchi di fòrmica e i muri di cemento armato. I campetti di calcio, le panchine sfondate, gli angoli bui dei vicoli del centro dove la notte gli stolti si fermano a pisciare la loro incontinenza.
Amore per il colore delle nuvole, il vento occidentale, la luce sulle rovine corrose, la musica che suona la pioggia sull’asfalto rotto.
Amore per l’umorismo sornione dei romani, la lingua plebea e mozza come la coda di un gatto randagio, la pazienza quasi cinese con cui il romano sopporta la vicinanza del potere, il cinismo, il disincanto. La fisicità scostumata. La corporeità.
Odio per la sporcizia, il degrado, il traffico. La bruttezza imperdonabile delle costruzioni fatte dagli anni Sessanta in poi: per soldi e mai pensando alla felicità della gente che dovrà vivere in quelle case senz’anima e in quelle strade storte. Orrore per i prati incolti, le favelas ignorate, le discariche abusive nei giardini, gli alberi morti e le aiuole diventate pattumiere. Avversione per le sedie di plastica dei bar nelle piazze storiche, le stufe a fungo, le paline gialle delle fermate degli autobus grandi come manifesti (le più grandi del mondo, credo), i turisti con i calzoni corti, la canottiera e le infradito. I bus a due piani, i volantini dei ristoranti col menu a prezzo fisso…
Odio chi non rispetta Roma.
E chi non la conosce non la rispetta.
L’epigrafe di Un giorno perfetto è una citazione di G.W. Bush sulla famiglia, “luogo che fa spuntare le ali ai sogni”. Sembrerebbe un riferimento graffiante e malizioso. È così?
Naturalmente sì. Bush è stato il protagonista del periodo in cui è ambientato il romanzo, e ne è stato anche il deus ex machina e l’ideologo. Perciò era giusto che fosse il presidente a parlare ai lettori in exergo.
Tra l’altro il fatto che sia lui a pronunciare quella frase ne altera il contenuto. Perché è la credibilità di chi parla a dare significato alle parole. E questa ambiguità e inaffidabilità del linguaggio politico ritorna anche nel romanzo.
Il titolo Un giorno perfetto fa riferimento a una vecchia canzone di Lou Reed. Nel testo, inoltre, sono presenti molte altre canzoni in un’ideale colonna sonora della storia. Che rapporto ha con la musica? Qual è la sua musica?
Credo che ognuno di noi abbia nella mente la colonna sonora della propria vita, e che bastino due note a resuscitare un’epoca, un sentimento, un episodio sepolto nel tempo. Per questo volevo che ogni personaggio avesse la sua canzone, e allo stesso tempo che tra le righe suonasse la musica del giorno in cui è ambientato il romanzo – le canzoni passate dalla radio, che resteranno per sempre legate al 4 maggio del 2001. Per me la musica è questo rumore di fondo della vita, è testo contesto e palinsesto della giornata.
Però è anche molto di più. Ci sono musiche assolute, come le sonate di César Franck o di Szymanowski, che devo ascoltare senza fare nulla, nemmeno pensare.
Perciò sono tante le mie musiche: la musica di sottofondo della radio, la musica ritmata – techno, trance, house – che ascolto per trovare il ritmo della scrittura, la musica prediletta – Chopin, Radiohead, Sigur Ros, Amalia Rodrigues, Tanariwen, Skunk Anansie, Cocteau Twins…
La musica per me è plurale – le musiche – come lo è la letteratura.
Nei suoi libri, si stagliano delle figure femminili, forti, risolute, che difficilmente si dimenticano. Oltre Vita, Marietta in La lunga attesa dell’angelo, Norma ne Il bacio della Medusa. È forse un tentativo di affermare modelli femminili diversi da quelli che contraddistinguono la nostra epoca?
In realtà quando scrivo cerco solo di mettere a fuoco il mio personaggio meglio che posso, di sentirlo, comprenderlo, trovare la sua voce. Non mi chiedo mai se possa risultare ‘positivo’, per così dire, o esemplare. Forse gli unici personaggi femminili davvero forti e vincenti che ho creato sono Medusa e Vita: non a caso due donne di origine contadina, nate povere e divenute benestanti, dall’infanzia durissima, passate attraverso ogni genere di sopraffazioni, e perciò ferite ma coriacee, ferree, invincibili. Le altre, da Norma ad Azra, da Annemarie Schwarzenbach a Emma fino a Marietta Tintoretto, sono figure tenaci e coraggiose però anche fragili, inquiete e incerte, talvolta incapaci di contrastare la deriva della propria vita. Credo che questo le renda vicine a chi legge.
Da parte mia, aver scelto di ambientare alcune delle mie storie (per esempio Il bacio della Medusa o Lei così amata o La lunga attesa dell’angelo) in epoche lontane dalla nostra è anche un modo di confrontarci con ciò che avremmo potuto essere, con ciò che saremmo state se fossimo nate nel tempo di quel romanzo. La storia delle cinque figlie di Tintoretto – due monache, due spose e un’artista dalla reputazione sempre minacciata – è emblematica in questo senso dello spettro limitato di possibilità del destino femminile nel Cinquecento. Spero che le donne di oggi sappiano scegliersi i loro modelli: Marietta Tintoretto, Norma e Annemarie Schwarzenbach, le artiste come loro dimenticate e perse alla storia, le donne finite in manicomio per aver violato le regole del mondo, sono lì a raccontare il prezzo che hanno pagato perché tutte noi potessimo oggi scrivere, dipingere, amare una donna, trasgredire oppure conformarci – trovarci, insomma…
Quali sono i suoi riferimenti letterari?
Vale un po’ il discorso fatto per la musica. Ci sono libri come rumore di fondo di un’epoca, importanti solo in quel momento e in quella stagione della vita, e libri prediletti una volta per sempre. Autori di cui amo solo un libro (una sola canzone) o tutto, che sento vicini. Autori morti duemila anni fa o ieri, oppure autori contemporanei affini, coetanei o compagni della stessa tribù, anche se non li conoscerò mai. Giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente per le categorie su indicate: La collina dei conigli e I fratelli Karamazov; Carteggio Aspern e Marina Cvetaeva; Ovidio e Alda Merini; Murakami, Peter Esterházy, Kader Abdolah e Christoph Ransmayr…
Che libro sta leggendo in questo momento?
Ho due libri sul comodino, che assaporo con lentezza perché entrambi chiedono una lettura lenta; ogni sera qualche pagina: vado loro incontro come a un appuntamento. Sono due memoir. Il primo, Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato (da poco ristampato da Quodlibet in edizione integrale), è la rievocazione ossessiva, allucinata, struggente, di un’infanzia remota quasi un secolo, da parte di un’autrice solitaria e ostinata, che esordì a quasi novant’anni, dopo una vita in un certo senso mancata. Il secondo è Ultimo confine del mondo di Lucas Bridges: anche qui l’autore rievoca infanzia e adolescenza lontane decenni e ormai remote. Il libro è del secondo dopoguerra ma solo ora è stato pubblicato in italiano, da Einaudi. L’autore, figlio del primo missionario bianco in Terra del Fuoco, è cresciuto tra gli indios, cacciando guanachi e pilotando canoe, ed è l’ultimo testimone di usi, costumi e credenze di tribù patagoniche che di lì a poco si sarebbero estinte. Questi due libri antitetici, che sembrano rispettivi manifesti del ‘genere’ in letteratura – femminile che più non si può quello di Dolores Prato, ambientato nel mondo chiuso della provincia, tra stanze, mobili, vicoli, cucine, libro di sguardi ed esplorazione interiore, di pettegolezzi, silenzi e crudeltà psicologiche; la quintessenza del maschile quello di Bridges, ambientato fra mari in tempesta e bufere di neve, fra cacciatori, assassini e avventurieri privi di interiorità – si completano a vicenda e nutrono le mie due anime…
Quali sono le sue passioni oltre la scrittura?
Il mare. La pittura. Gli alberi e la dendrologia. Le stelle e l’astronomia. I paguri. Le enciclopedie. Il cervello, il meccanismo del sonno e della memoria (la neurofisiologia). I gatti. Gli aerei, i paracadute, i deltaplani e le macchine volanti (l’ortoelicottero di Fuseri…). Le isole. Lo studio. Il corpo umano. I fiumi. Tutto.
Quali consigli darebbe a chi volesse cimentarsi nella scrittura?
Avere una bella storia da raccontare (una storia che avresti voglia di leggere).
Credere a quello che scrivi (se non ci credi tu, non ci crederà nessuno).
Scrivere come sei (per sapere chi sei veramente).
Avere il coraggio di scrivere controvento.
Avere rispetto per le parole.
Avere l’umiltà di correggersi.
Imparare la pazienza.
Ascoltare tutti, guardare ogni cosa, non giudicare nessuno, non aspettarsi niente.


